River Plate, una notte in più per marcare la differenza

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Il nostro collaboratore Lorenzo Ciccotosto

“River…River yo te quiero, yo te llevo adentro de mi corazon. Graciàs por esa alegria, de salir primeros y de salir campeón…” . L’arbitro fischia la fine al Monumental e, nonostante la Banda non sia riuscita nell’impresa di ribaltare il 2-0 dell’andata (risultato finale 1-0 per i Millonarios, ndr), i 50.000 cuori di barrio Nunez esplodono in un grido unanime divenuto ormai simbolo della tifoseria e del club, alzandosi in piedi ed applaudendo i ragazzi in maglia biancorossa per un paio di minuti. I giocatori dell’Inde saltano, si abbracciano e rendono omaggio al proprio portiere Azcona, vero eroe della serata insieme ai tre legni di porta, grazie al quale è riuscito a neutralizzare 35 (!) delle 36 occasioni in cui i ragazzi cruzados hanno tirato in porta cogliendo lo specchio. Il River Plate ha disputato una delle migliori partite del semestre, provando il possibile e l’impossibile, trovandosi di fronte un Azcona in versione super ed una buona dose di sfortuna, quest’anno presente troppe volte dalle parti del Vespucio Liberti.

Al principio, come sempre nelle occasioni che contano, lo stadio ha offerto uno spettacolo impressionante, fatto di torce multicolore e papelitos, marchio di fabbrica del tifo made in Argentina; il nome più acclamato è stato quello del DT, Marcelo Gallardo, in un periodo non proprio favorevole per lui ma, come ben sappiamo, il tifoso Millonario sa omaggiare sempre e comunque chi ha scritto la storia del suo club (il Muñeco ha vinto nel giro di due anni tutto ciò che c’era da vincere in Sudamerica), tant’è che la stessa cosa è avvenuta anche a fine partita, con il suo nome sempre tra quelli più venerati, esaltati, insieme al solito, immancabile, Lucas Alario, protagonista dell’unico gol della serata e sempre deciso e volenteroso nel dar battaglia sul cespèd. Il popolo Millonario ha applaudito fin quasi a spellarsi le mani perché sa che questa è una squadra finita nella storia della propria amata instituciòn, e sa perfettamente che un ciclo è irrimediabilmente terminato perché il futbol, come tutte le cose della vita, è fatto di cicli, che possono essere più o meno gloriosi, come certamente lo è stato quest’ultimo.

Urge una rifondazione, poiché la cessione negli ultimi anni di nomi illustri come Rojas, Sanchez, Funes Mori, Kranevitter, Teo Gutierrez e Cavenaghi è avvenuta senza una precisa logica, che avrebbe voluto certamente il rimpiazzo immediato di queste pedine fondamentali nello scacchiere tattico di Gallardo, cosa però mai effettivamente avvenuta. Urge una rifondazione per tornare a combattere su tutti i fronti, come solo la Banda sa fare ma, nel frattempo, il suo popolo continua ad applaudire. Da sempre e per sempre, River que diferente somos.