Mario Alberto Kempes, prima del Diego un diamante purissimo

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Di Lorenzo Ciccotosto

C’era una volta… potrebbe iniziare così il racconto su un giocatore di calcio argentino, che all’apparenza può sembrare uno dei tanti, flaco, capelli lunghi, barba e baffi all’occorrenza, andatura caracollante, fisico spigoloso. Ma questo non è stato un giocatore qualsiasi, bensì il giocatore, la guida di un popolo negli anni più bui e tristi del regime di Videla, quando migliaia e migliaia di persone svanivano nel nulla, per via del loro orientamento politico o così, per un’antipatia a pelle da parte del dittatore dettata da sospetti il più delle volte infondati.

Il 15 luglio del 1954 nasce a Bell Ville (città nel Sud Est della provincia di Cordoba) Mario Alberto Kempes Chiodi, detto El Matador. Il papà carpentiere, che in gioventù era stato calciatore dilettante, lo spinse ad avvicinarsi all’attività calcistica all’ancor tenera età di 9 anni, così che Mario iniziò a tirare i primi calci al pallone nel Bell Ville, la squadra della sua città; presto la notizia della presenza di questo ragazzino sopra le righe arrivò all’orecchio dell’allora presidente della Gloria (così viene chiamato il Club Atletico Instituto di Cordoba) Roberto Juan Petraglia che, nei giorni successivi, si recò personalmente alla falegnameria del presidente villero Eduardo Tossolini per chiedere informazioni a riguardo: “E’ vero che c’è un pibe che segna tantissimi gol?”. “Si è vero”. “Bene lo prendo”. “Così senza niente?”. “Mi serve, sto facendo una squadra di livello e ne ho bisogno”. “Facciamo un accordo: tu lo fai giocare nella prima amichevole. Se non segna entro il primo quarto d’ora, te lo do gratis. Se no, trattiamo il prezzo”. Mario, una passione intensa coltivata sfasciando i vasi della mamma nel giardino di casa, segnò il primo dei quattro gol dell’Instituto dopo 14 minuti, realizzando i restanti tre  lungo tutto l’arco della gara. Il 10 marzo del 1972 Marito firmava il primo contratto da professionista, a seguito di una cessione costata 3 milioni di pesos all’Instituto e con i quali il piccolo Bell Ville rifece l’impianto di illuminazione della sua canchita; 39 anni dopo il suo nome viene associato al più grande impianto della città di Cordoba, il Mario Alberto Kempes appunto, inaugurato nel 1978 con una vittoria per 3-1 contro una selezione locale (primo gol, guarda caso, del Matadòr) e ristrutturato proprio nel 2011 per la Copa America.

La sua traiettoria calcistica, iniziata sui polverosi campi della provincia di Cordoba, lo ha portato a girare il mondo, lasciando in eredità valanghe di gol un po’ ovunque, soprattutto a Valencia dove per cinque anni ha viaggiato su cifre straordinarie, vincendo per due volte il premio Pichichi  (capocannoniere della Liga) e dove ha incontrato la donna che presto sarebbe diventata sua moglie, nonché madre di tre dei suoi quattro figli. Dopo una breve ma significativa parentesi all’Hercules di Alicante, ha deliziato i palati calcistici dei tifosi del First Vienna, St. Polten, Kremser e Palita Jaya, una piccola squadra indonesiana di cui è stato anche allenatore, garantendo la doppia cifra in ognuna di queste squadre.

In Nazionale ha timbrato il cartellino per 20 volte in un totale di 43 presenze dal 1973 al 1982, laureandosi Campione del Mondo nel 1978 come cannoniere del torneo con 6 segnature e con gol decisivo in finale contro l’Olanda, partita epica giocata al Monumentàl di Buenos Aires (da sempre casa della Selecciòn), la cui maniacale organizzazione servì al dittatore Videla per occultare gli innumerevoli crimini contro l’umanità che stava perpetrando in quegli anni a danno di civili di ogni genere, e di cui sarà accusato non molto tempo dopo. Sempre nel 1978 è stato nominato calciatore sudamericano dell’anno dalla rivista venezuelana El Mundo e giudicato il 23° miglior calciatore sudamericano (e sesto argentino) del XX secolo dall’IFFHS.

Come accade solo per una ristretta elìte di giocatori, bastano le cifre per spiegare l’ammirazione di cui gode in patria e nel mondo: 327 reti in 591 partite. Lui, il famoso cordobés, dopo aver avuto una carriera da allenatore lontana anni luce a quella da giocatore e che lo ha visto passare anche per Piacenza e Casarano (“è sempre più facile segnare che insegnare a segnare”), è ora voce narrante di ESPN, il colosso americano che parla di calcio al continente che lo ha eletto a idolo, oltre che “telecronista” per la versione sudamericana del noto simulatore calcistico FIFA EA SPORTS. Padre di quattro figli, tre avuti come già detto dalla prima moglie valenciana e l’ultimo avuto da una modella venezuelana, oggi non ha più né i capelli lunghi nè i famosi baffi, al centro di numerose leggende, tra cui quella più famosa risalente proprio ai Mondiali del 1978: “Giocai con barba e baffi lunghi nella prima partita, ed anche nella seconda, ma non segnai. Così, prima del terzo incontro decisi di tagliarmi la barba ma non i baffi. Non segnai lo stesso. Dopo qualche giorno venni incrociato dal Flaco Menotti , allora DT della Selecciòn, che mi chiese in maniera poco scherzosa di tagliarmi anche i baffi, in quanto mi vide segnare valanghe di gol a Valencia senza, appunto, né barba né baffi. La partita successiva segnai subito di testa”. Leggende della Leggenda, il Matadòr non si fermò più se non con la Coppa del Mondo in mano ed il mondo ai suoi piedi.