Lettere dal Sud America – Jorge Vargas e la superstizione

Lettere dal Sud America, storie di campioni (e bidoni) venuti dall’altra parte del mondo – I due passaggi italiani di Jorge Francisco Vargas, l’uomo che ha sfidato la superstizione del presidente più scaramantico d’Italia

 

Difensore apprezzato tanto in Calabria quanto in Toscana, giocatore importante per la sua nazionale, uomo senza timori reverenziali che sfidò il più scaramantico tra i presidenti: storia di Jorge Francisco Vargas, l’unico tredici approvato da Aldo Spinelli

A 36 anni Vargas gioca ancora: in patria, con il La Seren

NELLO STRANO MERCATO DI INIZIO MILLENNIO poteva capitare che una piccola squadra riuscisse a mettere le mani su uno dei difensori più interessanti del panorama sudamericano. Erano i tempi in cui il contante circolava ovunque, e a fare la differenza poteva essere anche il semplice blasone o la forza di un progetto. Il progetto della Reggina esordiente in Serie A convinse il già affermato Jorge Vargas, giocatore di primo piano in Cile, a trasferirsi in Italia: nel gennaio del 2000 convinse l’Universidad Católica a lasciarlo andare di là dell’oceano.

TRE OTTIME STAGIONI IN CALABRIA, culminate con la fascia da capitano e un posto nel cuore dei tifosi; poi l’inattesa – e dolorosa – cessione all’Empoli, squadra in cui fece poco più che un’apparizione (diciassette presenze, nemmeno tutte da titolare, causa infortunio; infine la retrocessione) e infine, nel 2004, l’approdo al Livorno. Il ritorno in riva al mare sembrò essere la svolta della sua carriera: quella amaranto si rivelò come la sorpresa di quella stagione, chiudendo con uno splendido ottavo posto.

IO E SPINELLI – Eppure la sua vita non era facile, perché qualcuno all’interno della dirigenza labronica osteggiava la sua presenza: era nientemeno che il presidente Aldo Spinelli, cui il cileno proprio non riusciva ad andare a genio. Il motivo, all’apparenza banale, in realtà era quanto di più grave potesse accadere agli occhi presidenziali: appena arrivato nella nuova squadra Vargas ebbe l’ardire di esigere la maglia numero tredici. Orrore e sventura! Nel regno del più scaramantico tra i presidenti c’era qualcuno capace di scegliere il numero iellato per eccellenza.

QUANDO SI PARLA DI MALOCCHIO E DINTORNI è facile anche trovarsi di fronte a storie grottesche: i soliti bene informati sostennero addirittura che dalla scrivania fosse arrivato l’ordine perentorio, “vendere subito!”, che però qualcuno decise di non ascoltare. Fu la fortuna di giocatore e -soprattutto- squadra: l’anno dopo, il Livorno riuscì a vantare una delle difese meno battute del torneo, impenetrabile al “Picchi”, dura a morire in trasferta. Risultato: sesto posto in campionato, prima e storica qualificazione alle coppe europee.

AVUTA LA MEGLIO SUI TIMORI PRESIDENZIALI, Jorge era pronto ad affrontare una nuova sfida, non meno difficoltosa. Fu chiamato alla corte di colui che era protagonista di uno dei più celebri gesti scaramantici del calcio: Giovanni Trapattoni lo volle infatti al Salisburgo, dove puntualmente giunse nell’estate 2006. Sotto la guida di Giovanni Dell’Acqua Santa, altre due stagioni di alto livello, coronate dalla conquista del campionato austriaco e dal debutto in Champions League.

L’UNICA SCONFITTA della sua carriera fu Empoli: lasciato il campionato austriaco, Vargas decise di far ritorno nel teatro della sua esperienza più sfortunata, disposto persino a ripartire dalla Serie B pur di mettersi in pari con la fortuna anche in biancoblu. Niente da fare: la stagione fu giocata solo a metà, chiuso come si ritrovò dai giovani del vivaio su cui la società aveva tutto l’interesse a puntare; il campionato finì con il quinto posto e la sconfitta nei play-off; la stagione con la rescissione del contratto. Dopo, una brevissima parentesi allo Spezia, Serie C2, quindi il ritorno in patria: San Luís e, dallo scorso anno, La Serena. Una chiusura quieta per una storia ricca di soddisfazioni: non ultima, quella di aver avuto ragione della scaramanzia.