Le colpe di una crisi

Purtroppo in questi giorni un virus ha avuto la meglio su alcuni giocatori, che poi in campo non sono riusciti a dare tutto“. Ventitre parole. Sono ventitre, come gli uomini protagonisti della disfatta brasiliana in Cile, le parole usate da Dunga nella conferenza stampa post Brasile-Paraguay. Un ct deluso, spento, alla ricerca di una giustificazione alla fresca eliminazione figlia di un match giocato senza carattere nè concentrazione.

(gettyimages)
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La premessa è doverosa. Dunga ha il diritto, anzi l’obbligo, di fare muro tra la stampa spietata ed i giocatori. Ma la sostanza non cambia; il Brasile è fuori dalla Copa America dopo un quarto di finale in cui – seppur leggermente – partiva favorito, eliminato da un Paraguay grintoso anche se composto per la maggior parte da giocatori non a fine carriera, ma quasi. Analizzare una disfatta del genere non è mai facile, soprattutto se lo si fa per slogan, gettandosi sulla carcassa e sui resti di un gruppo che, di gruppo vero e proprio, ha poco. Lo sa Dunga, lo sanno i media locali, ma in realtà è sotto gli occhi di tutti. Aspettarsi un Brasile arrembante, tra le protagoniste della manifestazione continentale, era da ottimisti nati visto il campanello d’allarme suonato lo scorso anno nel mondiale casalingo, culminato con l’1-7 incassato dai tedeschi. Un Brasile così non è visto mai: per questo non è facile calarsi nel momento di una delle Seleçao peggiori di sempre.

ETERNA ANTIPATIA
Quando la federazione ha richiamato Dunga, ingaggiandolo dopo il fallimento di Scolari a Brasile 2014, nel paese del “futebol” nessuno ha risparmiato feroci critiche. Per diversi motivi; in primis perchè il posto sarebbe dovuto andare ad Adenor Leonardo Bacchi detto “Tite”, tecnico classe ’61 che in carriera ha fatto tantissima gavetta e che a tutt’oggi fa giocare un discreto calcio al Corinthians. In secondo luogo, Dunga non è mai stato ben visto per motivi “di spettacolo”. Già durante la sua prima avventura sulla panchina verdeoro si era capito come il suo modo di interpretare il calcio fosse diametralmente opposto ai canoni sudamericani. Tanto che nemmeno dopo la Copa America vinta nel 2007 (3-0 all’Argentina) riuscì a strappare qualche attestato di stima. Dunga è praticamente un “europeo” nato in Brasile; i suoi 12 anni passati nel Vecchio Continente lo hanno portato ad interpretare un calcio pragmatico e senza fronzoli, imperniato sulla solidità difensiva e sull’organizzazione tra i reparti. Non più una squadra che vive sulle giocate dei singoli o sulle invenzioni estemporanee quindi, ma in campo deve andarci un undici tatticamente diligente. Il problema di fondo però è che mancano gli interpreti, perchè in questo preciso periodo storico il Brasile deficita dal punto di vista del talento cristallino; si potrebbe quasi dire che, seppur validi presi singolarmente, i brasiliani siano giocatori normali quando si ritrovano a vestire la maglia della nazionale. Con la sola eccezione di Neymar, che però in Cile ha pensato bene di autoescludersi. Se si volesse quindi sottolineare gli errori di Dunga (chi non ne fa?), probabilmente bisognerebbe andare a parare proprio lì: si può insegnare ad un popolo calcistico nato e cresciuto sotto il segno di Pelé, Ronaldo e Ronaldinho, a giocare un calcio ordinato e corale, abbandonando del tutto lo spettacolo? Probabilmente no. Ergo, per rivedere il Brasile a certi livelli occorrerà aspettare che la nuova nidiata di talenti cresca. Possibilmente bene.

LE SCELTE
Non solo il gioco. La Santa Inquisizione brasiliana punta il dito contro Dunga anche sugli interpreti. A Rio de Janeiro e dintorni ci si chiede se i vari Felipe Anderson o Luiz Adriano non avrebbero fatto comodo a questo Brasile. La verità è una sola: non lo sapremo mai. Innanzitutto perchè non essendoci, in Cile, non potremo mai averne una controprova. E poi perchè, alla luce dei difetti strutturali della squadra, è molto difficile che un solo giocatore possa cambiare il volto di una squadra intera, posto che non ti chiami Ronaldo. Ci ha provato Neymar, che contro il Perù aveva fatto molto bene, ma dopo la squalifica dell’asso del Barcellona in casa verdeoro si è spenta completamente la luce. Per completezza, va sottolineato il fatto che nel percorso di avvicinamento a Cile 2015 (nel quale, ricordiamolo, il Brasile ha vinto tutte le amichevoli subendo un solo gol), Dunga ha perso alcuni titolari molto importanti nell’economia del proprio gioco. L’assenza più grave è stata senza dubbio quella di Luiz Gustavo, uno che sa “legare” difesa e centrocampo come pochi, gioca un’infinità di palloni abbinando tecnica e dinamismo. Poi Diego Alves, Marcelo (Filipe Luis, visto con continuità, ha evidenziato molte pecche che verosimilmente gli costeranno il posto al Chelsea) e soprattutto Oscar, pallino di Dunga e possibile jolly sulla trequarti, dove i vari Willian e Coutinho si sono fatti vedere solo a sprazzi. Come se non bastasse, il 4-2-2-2 studiato nel percorso di avvicinamento alla Copa America era volto ad esaltare le qualità di Roberto Firmino, vera scommessa di Dunga. Il neo acquisto del Liverpool non è abituato (e probabilmente non ha nemmeno le doti) per agire da “falso nueve”, e lo si è visto sin dal primo minuto di Brasile-Perù. Oppure con la Colombia, quando per la troppa stanchezza ha fallito un gol a porta vuota calciando alto ad Ospina battuto.

MANCANO I GOL
Oltre a questo, lo staff della nazionale ha dovuto prendere atto della mancanza di un vero e proprio attaccante famelico. Cosa che – nella terra dei Ronaldo, dei Romario e dei Careca – ha l’aria di essere uno sgradito scherzo del destino. L’unico vero attaccante portato in Cile è Diego Tardelli, che nonostante una discreta carriera, oggi sverna nel campionato cinese dove i ritmi sono decisamente più blandi rispetto al calcio europeo o sudamericano. Ma di centravanti oggi ce ne sono veramente pochi; Scolari stravedeva (a torto) per Fred, Leandro Damiao ha ripresa solo ora a segnare con continuità dopo due anni passati tra infermerie e psicologi, Diego Costa non è più brasiliano da un anno (altrimenti sarebbe tornato molto utile). Appurato questo, si può forse rivalutare il lavoro di Dunga, nel quale non mancano di certo alcuni errori ma nel complesso il bacino da cui attingere non è così ricco come si vuol fare credere.

TREND DA INVERTIRE
Una variabile da tenere presente quando si parla di Sudamerica riguarda il calciomercato. Già,perchè oggi sempre più ragazzi giovani decidono di emigrare troppo presto in Europa, magari “guidati” da vari fondi di investimento che – una volta acquistato il loro cartellino – hanno interesse a farli girare il più possibile per lucrare sulla loro pelle. Questo perchè dall’altra parte ci sono club perennemente “in rosso”,bisognosi di monetizzare il più possibile, e disposti a privarsi anche di quei giocatori che in realtà non hanno ancora finito il corso formativo nelle categorie giovanili. Un altro grosso fattore sono i soldi che arrivano dall’Oriente o dai paesi arabi. Sia chiaro, nessuno ha pregiudizi o pensa che esista un calcio di serie A e uno di serie B (in Italia, su questo, non ci facciamo mancare nulla), ma oggi in quelle zone ci sono disponibilità economiche che non possono passare inosservate. Basti pensare a come negli ultimi due giorni ben tre brasiliani di un certo spessore (Robinho, Jucilei e Paulinho) siano andati in Cina per cifre esorbitanti. Il che non rappresenta necessariamente un bene, visto che oltre ad “emarginarsi” calcisticamente, questi giocatori tolgono spazi importanti ai prodotti locali. Insomma, sembra la classica situazione in cui ci perdono tutti, Dunga e Brasile compresi. Tranne i giocatori.