La grandi storie finiscono sempre da dove sono iniziate

Aimar

 

È la fine di maggio. Un giorno caldissimo a Buenos Aires. Sono tutti lì per la partita, ma non solo per la partita. Verso la fine scocca l’ora. “Dai, vai dentro” dice Gallardo a Pablo Aimar. Non c’è la necessità di riportare il suono affettivo esploso in quel momento dal Monumental. Ci siamo. Il problema alla caviglia diciamo che è stato risolto. O meglio, aggirato: “Dieci minuti li puoi fare senza problemi per il momento”. Dal primo tocco , il pensiero di chi guarda si trasforma in una consapevolezza profonda: la classe non si infortuna mai.

Pablo Aimar è tornato! Per davvero, qui. A casa. La situazione ciclica si è avverata, e nonostante si sappia o si presuma che quella sarà l’ultima casacca indossata in carriera dal numero 10 di Rio Cuarto, nessuno immagina che quello sia il suo ultimo momento sul campo. Ma come? È appena arrivato!
L’Istat ci ricorda che ha vinto quattordici titoli con le maglie di club, e due con la nazionale. Re di Núñez , Re di Spagna, Re di Portogallo. A lui solo la corona, unico indumento possibile per uno che non gioca il calcio, ma lo decora.
Una cosa mi ha sempre fatto impressione: perché quasi tutti i più grandi giocatori contemporanei e non solo del Sud esprimono sempre nel nome di Aimar il loro modello di ispirazione? Messi e Maradona l’hanno definito come uno dei più grandi. Nell’interpretazione del gioco, è quello che più si avvicina all’unicità di Lionel: nel senso che anche lui recita un calcio di finte di corpo e anticipo dell’intervento avversario. Aimar è stato un trequartista di 60 kg che ha fatto la differenza contro il Barcellona e il Real Madrid. “El Payaso”, così l’hanno soprannominato, dopo che su un quotidiano argentino è uscita una sua foto da bambino con un costume da pagliaccio. Ma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la conferma di come il caso non esista. Di fatto, Aimar è un personaggio malinconico: non l’abbiamo ammirato quanto voluto, perché la sua fisicità ha sofferto. Ma quando arriva in scena incanta, perché non tralascia nessuna caratteristica del suo ruolo; se giochi col 10 , dagli spalti non ti si chiede solo l’ordine e il papillon: nella trequarti desideriamo magia , intuizioni, passaggi dall’odore del fiore, punizioni all’incrocio. Non ci hai fatto mancare nulla. Tutte le tifoserie delle sue squadre lo hanno amato “11” in una scala da 1 a 10.
Aimar pochi giorni fa viene escluso dalla lista che parteciperà alla fase cruciale della Copa Libertadores. Prende tempo qualche secondo e poi scrive una lettera, ennesima giocata di un aedo del pallone:

“Cari compagni, con voi sono stato molto bene in questi mesi ma ieri mi hanno comunicato che non sarei entrato nella lista per la Libertadores, e lo capisco, e per questo ho deciso di lasciare il calcio.
Vi continuerò a supportare dall’esterno, spero che riusciate a ottenere tutto quello vi meritate. Tra qualche giorno passerò a salutarvi e a ringraziarvi personalmente. Un grande abbraccio a tutti”.

Siamo rimasti a maggio. River-Rosario Central. Non ci si muove da lì. Con gentilezza, sei passato al nido per un ultimo saluto. Guai a non far le cose di persona.