Il giusto congedo

 

Gabi Milito

 

 

 

 

 

Proprio ieri guardavo “La Vita di Pi”, il film di Ang Lee. Oltre ad essere di una profondità estrema, e allo stesso tempo sempre silenzioso, c’è un passaggio che mi ha particolarmente colpito. Il protagonista ricorda che la vita assomiglia continuamente ad un atto di separazione. Ma la cosa più grave è non dirsi addio come si deve. Il saluto nella fase di “staccamento” è il modo migliore per onorare un unione. Esattamente l’unico che può abbracciare l’uomo. Quando il canale argentino mette in onda il ringraziamento per Gabriel Milito, sembra di rivivere la scena sportiva di quel messaggio. Inserito in una pellicola diversa, non proveniente dal Taiwan. Eppure, con la stessa essenzialità di un gesto orientale, si innalza un cuscino rosso collettivo incantevole. La morbidezza di uno stadio che applaude l’addio del capitano. El Mariscal. Da una parte gli amici di Gabi, dal”altra l’Independiente campione nel 2002. Schiaffo di emozione con Insua che torna a vestire rojo. Tra i compagni di chuleta e asado c’è un attacco a due con Forlan e Diego ( il fratello ). Una coppia che invita al solo cenno a  un dossier sportivo. Hanno tutti i calzettoni abbassati, a parte Veron che li tiene in quel modo da quando ha vent’anni. Se togli l’intensità a chi ha qualità, allora è come offrire una pinna in più ad uno squalo: non c’è nemmeno da verificare un miglioramento di prestazione. I ritmi calano e Veron indossa i mocassini anziché scarpe in cuoio: palla al bacio per Maxi Rodriguez che insacca. Insua per l’1-1 con il relator che grida El Pocho Insua sulle note di Waka Waka. Non ci sono i balli di Shakira, ma il gol del 6 diventa la danza della serata. Rigore concesso regalato e non “impedito” al capitano. E allora la folla si scalda, quasi a pensare se non sia proprio possibile tornare indietro di 12 anni. Segna anche il figlio, in quello che è il bacio dell’anello generazionale. Più di 150 volte con quella casacca. Lui che a Barcelona fece da scudo di Sirio a Messi. Non gli insegna di certo a calciare il pallone, ma lo appoggia nel culto educativo e in una sorta di protezione familiare; ricordando che anche lì, a Barcellona, l’Argentina non se n’è andata. Lascia un grande, uno che porta sempre i parastinchi e la professionalità di amante. Non serve tessere lodi solo perché qualcuno saluta, ma piuttosto il dovere di riconoscere il bello che ha programmato sul terreno. Ruvido, non sempre preciso, difensore estremo nel suo senso da dizionario. Con un sinistro che ha raffinato in Spagna. Hai la sensazione di una testa che si fa sentire nello spogliatoio: fisiologicamente nato con le spalle larghe. Avellaneda l’ha applaudito. E la tigre, stavolta, ha girato il capo.