Il calcio passa da alcuni piedi, non c’è niente da fare

Rivaldo

Scrivere qualche righe su chi lascia il mondo dello sport è sempre difficile. C’è il rischio di tuffarsi col salvagente in onde nostalgiche; ma la nostalgia è qualcosa che non sopporto: il graffito di chi ricorre a un tempo adorato, snobbando l’oggi, mi irrita, dal momento che un maestro diceva che l’unico imperativo del giornalismo è il suo essere attuale. Quando il grande Stefano Silvestri ( dal punto di vista sintattico il migliore del sito- la sua grammatica non ha errori ) mi ha chiesto di dedicare un articolo a Rivaldo, ho ripensato a una scena: quel gol al Leeds United, in una notte di Champions League. La palla arriva da destra, lui esegue una finta che rimarrà nella mia testa; quella dei brasiliani, che usano tanto anche i cileni: piede che scavalca la palla senza colpirla: il suo marcatore va completamente a vuoto. Lui calcia, successivamente, un rasoterra sul primo palo. Un tiro che col passare degli anni, ho capito che scorre solo nelle tempie dei campioni. L’uncinata pragmatica, senza ricamo, che uccide il portiere con la sinuosità di un petalo. Vestiva la maglia del Barcellona, la sua vera maglia, nonostante abbia indossato 15 casacche diverse in carriera, tra cui anche quella del Milan. Ha vinto talmente tanto che è impossibile riportare tutto: quelle sono cose che si ricercano anche da sé in internet. Più di 70 partite in nazionale, condite da oltre 30 gol. Un trequartista, un Flaco se fosse argentino. Alto, longilineo, con quella tecnica accademica che non accelera mai troppo: quasi che pretenda più secondi per farsi adorare. Rivaldo calciava col sinistro, con la cadenza di un destro. Di solito il mancino è più scattoso, frenetico, di chi calcia col piede della spada; seppur più affascinante per certi versi, potrebbe risultarne meno armonioso. Rivaldo in una gamba offriva la complementarietà delle cose, per uno che solo dal punto di vista esclusivamente tecnico va raccontato. Uno di quei giocatori che devono essere supportati, e difficilmente collocabili, ma che ti fanno voler bene al calcio. Segnava in tutte le maniere: le punizioni, le rovesciate, con le finte davanti al portiere. Io non ricordo molto di più, se non che nel 2002, nei Mondiali in Corea, il Brasile schierava in finale un tridente dal carnevale incorporato: Ronaldo, Ronaldinho, Rivaldo; allora si, per un attimo, sento una corda nostalgica che mi prende per il collo.

  • giovanni

    Complimenti per l’articolo siete tutti grandi qui per il lavoro che fate,
    Rivaldo massima stima per lui, peccato sia venuto in Italia spremuto
    quando ormai già aveva dato il meglio di sè.
    Gran bel giocatore comunque.