Gracias Román! Riquelme dà l’addio al fútbol

imageCome sempre molto più spesso accade, quando si parla di calcio, in pochi sono capaci di usare parole più belle di Jorge Valdano. L’attaccante della Selección campione del mondo nell’86 ha da tempo smesso di essere un ex calciatore capace di tenere una penna in mano, per diventare un intellettuale nel senso più bello e pieno del termine. E qualche tempo fa, disse una frase degna dei migliori esponenti della letteratura sportiva. “Chiunque, dovendo andare da un punto A a un punto B, sceglierebbe un’autostrada a quattro corsie impiegando due ore. Chiunque tranne Riquelme, che ce ne metterebbe sei utilizzando una tortuosa strada panoramica, ma riempiendovi gli occhi di paesaggi meravigliosi”. Quei paesaggi meravigliosi a cui ci siamo abituati negli ultimi diciotto anni, da oggi, siamo costretti a dimenticarli. Riquelme ha lasciato il calcio, e l’ha fatto alla sua maniera; nel modo meno scenico possibile, senza giri di campo strappalacrime. In un’intervista alla ESPN ha detto “basta”, spiazzando tutti, visto che da settimane il suo nome era al centro del calciomercato argentino e non solo. Si erano offerte Racing e Independiente, i tifosi del Boca sognavano un suo ennesimo ritorno alla Bombonera, e persino negli States varie squadre si erano fatte avanti. Il Cerro Porteno è stata quella che ci è andata più vicino, ma Román non aveva più stimoli e ha deciso di smettere. “Il mio sogno era chiudere la carriera con l’Argentinos Juniors”, ha dichiarato, “e ci sono riuscito. Non potrei mai giocare in Priméra con una maglia diversa da quella del Boca”.

Tra i tanti soprannomi che gli sono stati affibbiati, “el Mudo” è stato forse quello più utilizzato, e che ne ha sintetizzato al meglio la personalità. Ma per tanti appassionati (soprattutto per i più nostalgici) Román è “el Ultimo Diez”, ovvero l’ultimo a interpretare il ruolo di trequartista come una volta. In un mondo del calcio sempre più schiavo della velocità e del dominio fisico, Riquelme, per gli argentini, era uno dei pochi che “se paran y miran”: si fermano e guardano il campo, per mettere il compagno davanti alla porta. È probabilmente un’esagerazione, ma è innegabile che Román sia stato uno degli ultimi grandi lenti (o finti tali) capaci di imporsi nel calcio moderno. E per lenti non si vuole intendere fisiologicamente lenti, ma in grado di rallentare il gioco fino quasi a sospenderlo, abbassando i ritmi della partita al tempo del proprio pensiero. È un concetto che ha spiegato meglio di tutti Pekerman, l’allenatore che forse è riuscito ad esaltarlo più di chiunque altro. L’attuale tecnico della Colombia, che ha vinto con lui il primo grande trofeo della carriera di Román (il Mondiale Under 20, con una Selección che poteva contare anche su gente come Samuel, Cambiasso e Aimar), quando divenne il C.T. della Nazionale maggiore lo mise al centro del progetto, e parlò così: “Ho visto pochissimi giocatori con la stessa capacità di Riquelme di leggere la partita. Lui è uno di quei giocatori che oramai sono in via d’estinzione. Il calcio sta producendo giocatori elettrificanti, dei velocisti, ma sta perdendo il tipo di giocatori che sanno realmente quello che stanno facendo”. Riquelme ha sempre saputo quello che stava facendo e alla sua lentezza (oltre che a una condizione fisica quasi mai ottimale), ha saputo supplire con una tecnica sopraffina, degna dei migliori della storia, che gli ha permesso di giocare fino a quasi quarant’anni. Nelle sue ultime partita alla Bombonera (il suo giardino di casa, come amava chiamarla lui), aitanti ragazzini della metà della sua età affidavano sempre il pallone a lui, che si fermava, attirava a sé due, tre, quattro avversari e se ne andava via, con la suola, con il tacco o con un tunnel.

Il suo ritmo sobrio e compassato gli presentò qualche difficoltà in più in Europa. Dopo una splendida gara di Coppa Intercontinentale a Tokyo, quando con il suo Boca stese il Real Madrid senza farla mai prendere a gente del calibro di Makélélé, McManaman e Roberto Carlos, se ne innamorò il Barcellona, che nel 2002 lo portò al Camp Nou. Con il calcio europeo non fu amore a prima vista. Román pagò però anche le difficoltà di tutta la squadra, compreso l’allenatore Van Gaal, che un giorno gli disse: “Palla al piede sei il migliore al mondo, ma quando non abbiamo il pallone con te è come giocare con un uomo in meno”. L’avventura in Catalogna durò solo un anno, al termine del quale si trasferì al Villareal. Il contesto più tranquillo e le minori pressioni aiutarono non poco Riquelme, che con il “sottomarino giallo” si trasformò in uno dei migliori giocatori della Liga. Era un grande Villareal quello che nel 2006, trascinato da Riquelme, partecipò per la prima volta alla Champions League, sfiorando la finale. In panchina sedeva Pellegrini, la difesa degli argentini Arruabarrena, Gonzalo Rodriguez e Sorín era protetta dalla classe di Marcos Senna, mentre davanti il compito di segnare era affidato a Diego Forlan. Nella semifinale di ritorno contro l’Arsenal, però, per Riquelme ci fu una delle delusioni più grandi della carriera. Al novantesimo fu fischiato il rigore che avrebbe portato la sfida ai supplementari, ma Román si fece ipnotizzare da Lehmann.

La carriera di Riquelme è stato un grande ciclo, caratterizzato da una serie invidiabile di ritorni. Parte dall’Argentinos Juniors, poi il Boca, l’Europa, ancora il Boca, ancora l’Europa, di nuovo il Boca e infine l’Argentinos Juniors, dove tutto era cominciato. È chiaro, però, che il nome di Riquelme sarà sempre legato ai colori giallo e blu del Boca Juniors. Impossibile riassumere la carriera di Román con la maglia degli Xeneizes. Alla Bombonera ricorderanno i cinque campionati vinti, l’Intercontinentale e le tre Copa Libertadores. E poi i gol (56), gli assist (molti di più) e le grandi sfide contro il River. Esordì nel Superclásico subentrando a Maradona, nel giorno dell’ultima partita del Pibe de Oro. Diego terminò la carriera al Monumental in un River-Boca, Román in un più prosaico Argentinos Juniors-Douglas Haig di B Nacional. Tante le differenze tra i due, ma anche molti punti in comune. Sono due grandissimi sostenitori del Boca, oltre che forse i due più grandi idoli dei tifosi, nonostante Maradona abbia giocato tre anni alla Bombonera, mentre Riquelme tredici. Román partecipò anche alla gara d’addio al calcio di Maradona, che gli consegnò la “10” del Boca, in una sorta di passaggio di consegne. Tra i due però non c’è mai stato un bel rapporto, tanto che Riquelme lasciò la nazionale proprio quando Diego divenne C.T., per delle frizioni con il Pibe de Oro. Maradona non fu certo l’unico a scontrarsi con la personalità del Mudo. Non vi fu un gran legame neanche con Martín Palermo, con cui formò una coppia d’attacco stellare, e ancor meno con i vari dirigenti del Boca. Ci mancherà anche questo di Riquelme, tanto quanto le sue conversazioni con il pubblico nel bel mezzo di una partita, o le sue carezze ai bambini poco prima di battere un calcio d’angolo. Si ritira un grande personaggio ancor prima che un grande calciatore. E da oggi il calcio sarà un pochino meno Romántico.

  • giovanni

    Eccellente articolo.
    Riquelme è stato senza dubbio l’ultimo grande 10 argentino dopo Maradona
    da cui ha ereditato qualche movenza e similitudine nel calciare le punizioni, servire i compagni liberi con assist al bacio pur essendo destro di piede
    e prodezze balistiche che hanno fatto esplodere di gioia la calorosa e rumorosa Bombonera.
    Mi sarebbe piaciuto vederlo in Italia e apprezzarlo dal vivo,
    non sarà stato un fulmine di guerra come Messi o Cristiano Ronaldo,
    però era agile nel liberarsi degli avversari un pò come Ronaldinho,
    in un match di Libertadores contro River Plate
    Riquelme fece venire il mal di testa a Yepes con un tunnel fantastico,
    è un giocatore meraviglioso non mi piace parlare al passato
    perchè per me è come se non avesse smesso mai di giocare.

    Grazie ancora per la tua magia pura,
    sei l’ultimo romantico di un calcio un pò “sporco”
    in cui non esistono più le vere bandiere come te,
    se i dirigenti di Boca Juniors ti avessero chiamato per continuare a giocare
    come facevi a dire di no?
    Impossibile, il pubblico xeneize ti ama più del grande Diego,
    perchè sei un campione vero
    e come tale meriti tutto il mio rispetto
    e la mia sincera stima.
    Standing ovation campeon.

    Chapeau.