Copa América, storia di un mito – Paraguay 1999

La squadra campione

Siamo ormai agli sgoccioli di questa rubrica che per quasi cinque mesi ci ha introdotto alla storia della Copa América: questa è la quart’ultima puntata, l’ultima dedicata alle competizioni del Vecchio Millennio. Finalmente, dopo tre tentativi andati a vuoto, il Paraguay nel 1999 riuscì ad ospitare la sua prima edizione della competizione.

 

Lance Armstrong

Correva l’anno – Il 1999, oltre ad essere l’ultimo anno del Secondo Millennio (del calendario gregoriano) fu anche il primo di una nuova era per l’economia europea: il primo gennaio nacque infatti l’euro, la Moneta Unica. Un’altra era storica finisce, da un’altra parte nel mondo: in Giordania muore il re Hussein, chiudendo 40 anni di regno. Il suo successore sarà Abdallah II, marito della celeberrima Ranya. A proposito di epoche, il 7 marzo si chiude una delle più gloriose in campo cinematografico: muore Stanley Kubrick. Due settimane dopo La vita è bella di Benigni conquisterà tre premi Oscar: lo stesso Benigni diventa il primo attore non anglosassone premiato con la prestigiosa statuetta. Il 24 marzo inizia ufficialmente l’operazione NATO in Kosovo: finirà solo in piena estate; lo stesso giorno nel traforo del Monte Bianco s’incendia un camion trasportante alimentari: 39 morti, 300 milioni di euro di danni e due anni di ristrutturazioni necessarie al tunnel. A fine luglio Lance Armstrong conquisterà il suo primo Tour de France: ne seguiranno altri sei consecutivi. Il 24 dicembre viene aperta la Porta Santa a Roma: è l’inizio del Giubileo del 2000. L’unico nato celebre del 1999 è il principe ereditario di Danimarca, Nicola Federico.

Il logo

Il torneo – Dopo 83 anni, finalmente il Paraguay ce l’ha fatta: dopo essersi visto togliere ben tre edizioni della Copa América per insufficienza di strutture, nel 1999 la CONMEBOL decise che poteva essere la volta buona per dare anche alla nazione centramericana la possibilità di organizzare una competizione di questo calibro. Come nelle quattro edizioni precedenti, furono ammesse a partecipare le dieci squadre confederate e due straniere ad invito, Messico e Giappone: quella nipponica fu la prima nazionale non americana a partecipare alla competizione. L’Uruguay decise di partecipare con una selezione giovanile: la scelta avrebbe comunque pagato. Quattro città e cinque stadi furono scelti: due impianti di Asunción (il Defensores del Chaco e il Pablo Rojas) e uno a testa per Luque (Feliciano Caceres), Caballero (Rio Parapití) e Ciudad del Este (Oddone Sarubbi). La formula prevedeva ancora tre gironi da quattro squadre, con le prime due di ciascun gruppo qualificate ai quarti di finale e le due migliori terze ripescate. I nomi presenti nelle nazionali ci sono ormai familiari, perché parte della storia recentissima (se non attuale) del calcio mondiale: i padroni di casa avevano tra gli altri Tavarelli, Francisco Arce, Celso Ayala, Gamarra, Toledo, Gavilán, il 17enne Santa Cruz, Villar, Cuevas, Carlos Paredes; nel Brasile giocavano Dida, Cafù, Zago, Emerson, Roberto Carlos, Amoroso, Vampeta, Ronaldo, Rivaldo, Alex, Marcos, Serginho, Flavio Conceição, Beto, Ronaldinho, Zé Roberto; nell’Argentina c’erano Burgos, Fabian Ayala, Sorin, Ibarra, Simeone, Samuel, Barros Schelotto, Zanetti, Palermo, Ortega, Bizzarri, Vivas, Pochettino, Berizzo, Guly, Husain, Cagna, Aimar, Kily Gonzalez, Riquelme; nell’Uruguay Carini, Diego Lopez, Guigou, Zalayeta, Magallanes, Podestà, Lembo, Romero, Diego Alonso; ma non dobbiamo dimenticare Ivan Cordoba, Harold Lozano, Bonilla, Higuita, Bolaño, Betancourth, Montaño, Grisales, Yepes (Colombia), Cevallos, Coronel, Ivan Hurtado, de la Cruz, Kaviedes, Augustin Delgado, Ayovi (Ecuador), Noriega, Mea Vitali (Venezuela), Campos, Rafa Marquez, Torrado, Blanco, Pardo, Palencia, Carmona (Messico), Rojas, Clarence Acuña, Zamorano, Salas, Tapia, Jorge Vargas, Contreras, David Pizarro (Cile), Ibañez, Soto, Solano, Jayo, Maestri, Claudio Pizarro, Ciurlizza (Perù), Peña, Etcheverry, Cristaldo (Bolivia) e poi i giapponesi Kawaguchi, Nanami, Narazaki e Okano. Le partite iniziarono il 29 giugno 1999 e finirono il 18 luglio.

La leggenda di Palermo è nata in questa edizione

La fase a gironi – La fase a gironi della Copa América 1999 è stata quella che ha lanciato nella leggenda il nome di Martin Palermo: è stato durante queste partite, precisamente nello 0-3 con la Colombia, che el Titán riuscì nell’impresa di sbagliare tre rigori, di cui due calciati fuori e uno parato. Nonostante questo clamoroso ko, l’Albiceleste ottenne comunque la qualificazione come seconda classificata, proprio alle spalle dei Cafeteros, vincendo 3-1 con l’Ecuador e 2-0 con l’Uruguay, con tre reti dell’attaccante allora come oggi in forza al Boca Juniors. La Colombia chiuse il girone a punteggio pieno, grazie ai successi su Uruguay (1-0, due espulsi per la Celeste), ed Ecuador (2-1). L’Uruguay chiuse in terza posizione, qualificandosi come seconda migliore esclusa grazie al 2-1 sulla Tri, deciso dalla doppietta di Zalayeta e dal gol di Kaviedes. Nel gruppo A i padroni di casa arrivarono facilmente primi, ma iniziarono maluccio pareggiando 0-0 contro la Bolivia; le vittorie su Giappone (4-0, doppiette di Benitez e Santa Cruz) e Perù (ancora Santa Cruz, 1-0) consegnarono comunque la leadership. Dietro all’Albirroja finì il Perù, con sei punti frutto del 3-2 al Giappone e dell’1-0 alla Bolivia; i Blue Samurai infine pareggiarono 1-1 contro i boliviani nell’ultimo incontro, chiudendo ultimi nel girone. Il gruppo B vide la facile imposizione del Brasile: 7-0 al Venezuela (doppiette di Ronaldo e Amoroso, reti di Emerson, Ronaldinho e Rivaldo), 2-1 al Messico (Alex e Amoroso), 1-0 al Cile (Ronaldo su rigore) consentirono l’en-plein ai verdeoro. Dietro la Seleção si piazzò la nazionale messicana: l’1-0 al Cile ed il 3-1 al Venezuela consegnarono i sei punti necessari alla qualificazione. Grazie a Zamorano, Tortolero ed Estay la nazionale cilena superò quella venezuelana, chiudendo come migliore delle ripescate.

Ivan Zamorano

La fase ad eliminazione diretta – Quelle dei quarti di finale, giocate tra il 10 e l’11 luglio, furono quattro partite estremamente combattute: due si chiusero nei 90′ regolamentari, per altre due servirono i calci di rigore. “Tutto liscio” andò in Cile – Colombia, partita straordinaria condotta prima dai Cafeteros (Bolaño, 7′), poi pareggiata da Reyes (25′), di nuovo in mano ai colombiani (Bonilla, 35′) e infine ribaltata ancora da Reyes (50′) e Zamorano (65′): il risultato finale fu 3-2 per la Roja. Emozionante anche Brasile – Argentina, per l’ennesima volta sfida dei quarti di finale: avanti al 10′ con Sorin, gli argentini si fecero rimontare dalle straordinarie reti di Rivaldo (32′) e Ronaldo (48′), attaccarono senza sosta nel finale, sfiorando più volte la rete, ma alla fine si dovettero arrendere. L’Uruguay tornava nelle migliori quattro vincendo ai rigori contro i padroni di casa, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari: avanti con Benitez, i paraguayani vennero ripresi a metà secondo tempo da Zalayeta; dal dischetto l’errore di Enciso fu decisivo, e i giovani uruguagi avanzarono. Spettacolare fu Messico – Perù: al 90′ il risultato era 3-3, con i peruviani che erano stati sul 2-0 al 15′ (Palacios, Pereda), erano stati ripresi da Hernandez (28′, 33′), erano tornati ancora avanti (Solano, 40′) per poi farsi di nuovo recuperare a 3′ dalla fine da Torrado. Ai rigori sbagliarono José Soto e Reynoso, 4-2 per il Messico. Sempre grazie ai rigori l’Uruguay eliminò in semifinale il Cile, dopo l’1-1 in partita con le reti di Lembo e Zamorano: l’errore al secondo tiro di Mauricio Aros chiuse la serie sul 5-3. Più comoda la qualificazione del Brasile: 2-0 al Messico, firmato da Marcio Amoroso e Rivaldo, tutto nel primo tempo. La finalina consentì al Messico di salire sul podio ancora una volta: contro il Cile furono i latini ad andare in vantaggio con Palencia, poi però a 10′ dalla fine Palacios rimise tutto in parità; quando tutto sembrava destinato a concludersi dal dischetto, Miguel Zepeda firmò la rete decisiva.

La squadra campione

La finale – Quella tra Brasile ed Argentina è senz’altro la rivalità più accesa del calcio sudamericano, ma quando scendono in campo Brasile ed Uruguay, allora si può star certi che quella non sarà mai una partita banale. Perché nonostante tutto è proprio questa la gara più ricca di storia e di fascino del calcio made in South America, nonché una delle più interessanti a livello mondiale. Anche nel 1999 la Seleção e la Celeste si incontrarono per disputarsi un titolo: quello della Copa América. Se per il Brasile la presenza all’ultimo atto della competizione era data per scontata sin dall’inizio, molto meno lo era quella degli uruguagi, arrivati nel vicino Paraguay con una formazione imbottita di ragazzi. La partita fu nervosa, piena di falli, nonostante alla fine venissero ammoniti solo cinque giocatori (una delle finali meno “gialle” della storia di questo torneo), e mise in luce tutto l’abisso tecnico tra le due formazioni. Il primo gol arrivò al 20′: punizione di Flavio Conceição, spizzata di testa ad opera di Rivaldo a scavalcare Carini e palla in rete. Sette minuti più tardi il raddoppio: straordinario controllo di tacco in area, ancora ad opera di Rivaldo, che poi andò a segno inventando nuovamente un lob a saltare il portiere. La squadra di Vanderlei Luxemburgo fu anche fortunata: Magallanes a fine primo tempo colpì una clamorosa traversa. Prima del riposo, una scena che a qualche appassionato sembrerà un deja-vù: Dida fu colpito alla spalla destra da un oggetto lanciato dalle tribune, con una dinamica del tutto simile a quella del famoso fumogeno di Milan – Inter di qualche anno dopo.  Ad inizio ripresa giunse il tris: lancio profondo di Rivaldo per lo scatto bruciante di Ronaldo, sinistro in corsa e palla in rete. Per il Brasile era il sesto titolo continentale, secondo consecutivo.

Roque Santa Cruz

Il personaggio – Chissà dove sarebbe potuto arrivare, senza tutti quegli infortuni, Roque Santa Cruz: la sua è la più tipica delle storie di ragazzi prodigio, di predestinati, di Baby-gol come veniva chiamato negli anni d’oro, la cui strada verso l’eterna gloria è stata troncata da incidenti vari e sfortunati. Nel 1999, all’età di 17 anni, era già stato paragonato ai più grandi interpreti del suo ruolo, l’attaccante: e nella sua prima vera apparizione internazionale, la Copa América, confermò quanto di buono si andava dicendo su di lui, segnando tre reti e chiudendo al quarto posto nella classifica marcatori del torneo. Già da due anni però il ragazzo segnava, segnava molto: aveva debuttato con l’Olimpia, nemmeno diciassettenne, segnando otto gol alla prima stagione. Il presidente del club lo valutò 20 milioni di dollari, ma alla fine lo cedette al Bayern Monaco, nel 2000, per solo 7: all’epoca si disse che lo avesse fatto per qualche ragione nascosta, nota solo a lui e al suo staff. Qualche mese dopo si capì il motivo della frettolosa e poco redditizia cessione: il ragazzo era forte, ma terribilmente fragile. Dopo soli due mesi in Baviera arrivò il primo crack: due mesi di stop. La prima stagione si concluse con sole 14 presenze, con 5 reti segnate. Di anno in anno la situazione non andava affatto migliorando: alla fine nel 2007, stanchi dei continui infortuni, i tedeschi lo cedettero al Blackburn. In Inghilterra il ragazzo d’oro del calcio paraguayano risorse: due stagioni senza grandi infortuni, 57 partite in totale e 23 reti segnate, trovando finalmente una continuità tale da convincere il Manchester City ad acaparrarselo per oltre 20 milioni di euro. Ma con il passaggio ai Citizens tutti i problemi tornarono di gran carriera: infortuni, scarso rendimento, pochi gol. In due anni collezionò solo 20 partite, segnando la miseria di 3 gol: con l’arrivo di Mancini i problemi aumentarono, così come il conto delle panchine e delle tribune collezionate. La scorsa estate lo volle la Lazio, ma non se ne fece nulla: a gennaio si è rifatto avanti il Blackburn, che lo ha preso in prestito. Ad oggi, Roquegol ha giocato 9 partite senza mai festeggiare una rete. Intanto però la salute sembra essere tornata, e non è escluso che i Rovers decidano di riscattarlo: a 29 anni la più grande speranza del calcio paraguayano del Terzo Millennio sta per ritornare in pista. Che sia la volta buona?