Copa América, storia di un mito – Cile 1920

Continua il viaggio nella storia della Copa América: oggi rivivremo la quarta edizione, la prima disputata in Cile, che vide il ritorno allo strapotere dell’Uruguay.

Il Gre-No-Li: Gunnar Gren è il primo da sinistra

Correva l’anno – Il 1920 è un anno ricco di avvenimenti simbolici: in America entra in vigore il proibizionismo, che aprirà una delle epoche più celebrate dal cinema di Hollywood; in India un giovane avvocato, Mohandas Gandhi,  inizia la sua campagna di resistenza non violenta all’Impero Britannico, mentre in Polonia si combatte l’ultima battaglia di cavalleria della storia, tra sovietici e polacchi. È un anno che vede la nascita di moltissimi personggi che hanno fatto parte della storia d’Italia, come Karol Wojtyła, meglio noto come Papa Giovanni Paolo II, Carlo Azeglio Ciampi, Federico Fellini, Carlo Alberto dalla Chiesa, Salvo d’Acquisto, Enzo Biagi, senza dimenticare il grande sciatore Zeno Colò; anche nel resto del mondo nacquero personalità importanti come Charles Bukowski, Walther Matthau, Javier Guerra (peruviano, ex segretario ONU). In Brasile nacque invece Waldemar da Cunha, il più vecchio tra i Rey Momo viventi. Nel mondo del calcio ricordiamo moltissima gente, da Sir Alf Ramsey, tecnico dell’Inghilterra campione del mondo, a Heleno, bandiera del Botafogo, e poi Renato Braglia, Renzo Barbera, Sentimenti IV, Danilo Faria, vincitore di due coppe América a 14 anni di distanza l’una dall’altra (1949 e 1963), Gunnar Gren, Fritz Walter.

Il torneo – Fu l’ultima edizione con sole quattro squadre: a partecipare furono ancora una volta Argentina, Brasile, Cile ed Uruguay. Per la prima volta in quattro edizioni, i cileni – questa volta padroni di casa – riuscirono a non terminare il torneo con zero punti: arrivò infatti un pareggio contro l’Argentina, pareggio che si rivelò poi decisivo. A Valparaíso fu 1-1 con vantaggio dell’Albiceleste firmato da Dellavalle e pari casalingo di Bolados. Anche le due sconfitte patite dalla Roja furono piuttosto leggere: 0-1 contro il Brasile e 1-2 contro l’Uruguay. La Celeste fu molto meno clemente contro il Brasile, vincendo per 6 reti a 0, mentre impattò 1-1 con l’Argentina. A completare il quadro delle partite fu Argentina – Brasile, terminata 2-0. La classifica finale recitò Uruguay 5 punti, Argentina 4, Brasile 2, Cile 1.

La formazione campione

La finale – Dopo l’esperienza piuttosto traumatica dell’anno precedente, si decise di tornare alla vecchia formula con solo girone all’italiana senza finale: essendo però una competizione a calendario bloccato, non successe neanche che l’ultima partita risultasse quella tra le due nazionali migliori, come avvenuto nella prima edizione. L’Uruguay arrivò alla sfida contro il Cile con due risultati su tre a disposizione per conquistare il trofeo: il 3 ottobre 1920, a Valparaíso, i padroni di casa non misero mai in discussione il trofeo, pur riuscendo a pareggiare il vantaggio avversario di Angel Romano col gol di Aurelio Dominguez; già cinque minuti dopo però l’Uruguay tornava avanti con Pérez, ipotecando il suo terzo trofeo.

Julio Libonatti

Il personaggio – Il suo fu il primo trasferimento transatlantico della storia del calcio: nel 1925 Julio Libonatti ottenne questa palma passando dal Newell’s Old Boys al Torino. Nato a Rosario da genitori italiani nel 1901, si distinse fin da subito per le sue giocate acrobatiche e anche per un certo fiuto del gol, che lo fecero velocemente entrare nelle grazie dei tifosi e nelle cronache d’oltre oceano. Fece il suo esordio in nazionale nella Copa América del 1919, andando per la prima volta in gol nell’edizione del 1920 e vincendola nel 1921, anno in cui smise la casacca Albiceleste. Nel 1924 il Torino decise di muoversi per il suo acquisto, pare anche su pressioni della federazione intenzionata a schierarlo con la maglia azzurra: il clamoroso trasferimento si fece un anno più tardi. Anche in riva al Po Libonatti divenne subito protagonista, formando con Gino Rossetti e Adolfo Baloncieri un terzetto destinato ad entrare nella storia granata, segnando nel 1928/29 qualcosa come 117 reti. Nel 1926 divenne il primo oriundo della storia d’Italia, restando in nazionale fino al 1932 pur senza prendere parte ai mondiali del 1930. Nel 1934 lasciò il Torino e andò al Genoa, prima di chiudere la carriera al Rimini nel 1938. Tornato in Argentina durante la II Guerra Mondiale, morì a Rosario nel 1981.