Clamoroso al Tigre: un microchip per entrare allo stadio

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Ci sono cose che non ti aspetti, soprattutto perché accadono in luoghi puri, lontani ancora anni luce da dinamiche particolari, perverse, che invadono piano piano mondi dall’altra parte del mondo, realtà lontane fisicamente ed idealmente, perpetrate da interessi volti e diretti al raggiungimento dell’interesse per eccellenza, il vil denaro, sacrificando sull’altare dello scopo il mezzo per raggiungerlo, a qualsiasi condizione e vincolo.

Ci sono cose che vorresti non accadessero mai dove non dovrebbero accadere, perché chi è innamorato di un’idea non può e non deve forzatamente tradirla con un’altra, a maggior ragione se imposta, se non desiderata. Questo, purtroppo, sta avvenendo nel districto di Victoria, sobborgo a nord di Buenos Aires, dove questo fantasma chiamato futbòl moderno (peggio, molto peggio del fantasma de la B…) sta attanagliando irrimediabilmente i tifosi del Tigre, religione pagana di questo angolo di cielo, parte integrante di un movimento vintage, ancorato a vecchie logiche e vecchi modi di intendere il calcio, quello sport praticato in stadi fatiscenti ma terribilmente romantici, dove i tifosi riescono ancora a fare la differenza, trascinando la propria alma con un coro, un battimani o, tante volte, alzandole le mani (“ma questa è un’altra storia…”).

Questo sta avvenendo, purtroppo, in un mondo che mai prima ha conosciuto limitazioni clamorose, divieti al limite del buon senso, tessere del tifoso, biglietti nominali, permessi su permessi, Questori, Prefetti e chi più ne ha più ne metta. Victoria, distretto popolare ai confini della Grande Buenos Aires, sta sperimentando, probabilmente, l’inizio della fine: si, perché tutto d’un tratto sembrerebbe che la tessera di socio del club non basti più per entrare allo stadio il domingo, forse perché ancora troppo comune e normale come strumento, o forse perché a molti all’interno del club azulgrana quella carta plastificata non piace più, simbolo di un calcio troppo vero per i tempi che corrono, dove l’avere stampato un viso accanto ad un nome ed un cognome su di una carta con i colori della propria vita conta più di qualsiasi altra cosa, anche della vita stessa. Ora, per accomodarsi (o, per meglio dire, raggiungere il proprio posto, rigorosamente IN PIEDI) al proprio lugàr nello stadio di sempre, c’è bisogno di impiantarsi un microchip addosso (identico a quello che in Italia utilizziamo per cani e gatti), dove non conta, l’importante è averlo, grazie al quale “llevas verdaderamente el club en tu corazòn”, affermano i dirigenti del Matadòr. Il chip, parte integrante del primo sistema di Biohacking al mondo presente in uno stadio di calcio, avrà la funzione di identificare il tifoso, in quanto contenente tutti i dati del socio, e di permettere al suddetto di sottoscrivere un abbonamento o un biglietto per la partita, che verranno “caricati” entrambi su di esso: una volta ai varchi d’ingresso dell’impianto, il tifoso dovrà esclusivamente avvicinare il braccio al trasponder del tornello per poi entrare “liberamente”.

Al momento pare che questa pratica sia ancora facoltativa ma, a breve, verrà resa obbligatoria per chiunque voglia seguire le gesta dei pibes in casacca azulgrana, senza se e senza ma. Definire questa pratica è difficile, soprattutto se si ha ben in mente l’idea di futbòl argentino, ma ci si può provare ugualmente, magari utilizzando un termine che più di tutti riuscirebbe a descriverla: straziante. Si, perché vedere trattato così uno degli ultimi rimasugli di calcio sincero, limpido (con i suoi pro ed i suoi contro) rimasti sulla terra, con i tifosi più passionali in circolazione costretti a subire operazioni di questo tipo, non è altro che uno strazio, un colpo al cuore di chi non vuole arrendersi all’idea di un calcio malato e corrotto, ricco di sceicchi e povero di sentimenti, carente di ideali e saturo di interessi. No. Querido futbòl argentino, stai lontano dal calcio moderno.