Ci risiamo

 

tempusCi sono storie e storie. Per esempio, ” L’uomo che trasformò il ferro in vento” ; quella è incredibile. Un portiere, di cognome Chillida, era inciso sugli appunti di Barcellona e Real Madrid. Cinque interventi al ginocchio: addio al calcio, e arriva la scultura. Diventa uno dei più grandi artisti del secolo. Il destino non esiste, ma poi si disegnano circostanze del genere e siamo obbligati a rivedere il concetto. Che sia questione di flussi, altri dicono “sinergie”, io non lo so. Di sicuro il “caso” è troppo riduttivo. È caos, quello si, che non si limita mai ad un grafico. Ci vorrebbero le note per raccontare certi episodi. Il classico di Buenos Aires, chi lo lascia da parte? Lì davvero servono i violini, non le penne. Magari le piume, ma poi una parte si arrabbia; e allora gli sfottò: ” Voi siete quelli che scappate”. Questo a Nuñez, durante un’amichevole non troppo lontana. A catena si prosegue, e nel recinto civile, è una danza straordinaria. Una volta Matisse l’aveva immaginata. E poi messa in un quadro, non a soqquadro, anzi: quello era l’ordine del mondo, che sopravvive con l’armonia delle anime. Iniziò nel 1931 il primo Superclasico. Una piega che già segnava il racconto di una dimensione unica. Risultato in parità e poi ci tramandano il fischio di un rigore dubbio per il Boca Juniors. Proteste, espulsi, e partita  mai più ripresa. Ognuno con le sue preferenze: c’è chi si proietta alla Bombonera, catapultandosi nella discesa della Doze al gol del proprio club. Altri si alzano al Monumental anche solo per origliare ” Vamos Los Millo…” e farsi venire la pelle d’oca. Quella di gallina, mai. È una partita che non termina, difficile incastrare il concetto di “partita secca”. Questa è la costante dei derby, ma lì, a Buenos Aires, il tutto si eleva su margini differenziali. È il momento che apre l’agenda della settimana: la testa è una funzione matematica in delirio. Al lavoro si vende meno, il PIL prende sberle al ribasso. Perché la testa sta in uno stadio, in una lotta di supremazia, che è ben più della sopravvivenza.
I genovesi, gli Xeneises. Vantano, a mio personalissimo parere, uno dei migliori acquisti di tutta la Primera: Gago. Serviva l’uomo che desse la palla a Riquelme. Non erano necessari arabeschi o gioie di giro palla: un generoso ed esperto lavoratore, che non sbagliasse mai la traiettoria di cinque/dieci metri. Sfioriamolo soltanto il nome di Roman, l’unico giocatore che asseta i fiori senza l’annaffiatoio. Il decisore e creatore della giocata per eccellenza. “Al ritmo di Roman”, la mia pellicola preferita.
D’altra parte il River si gioca una partita che oltre ad essere particolare per sua natura contiene un ingrediente ad valorem: vittoria significa sorpasso del Boca e avvicinamento alle teste di serie. Viene in mente il periodo di Ariel Ortega tra il 2000 e il 2002. Una vittoria in casa degli eterni rivali per 0-3. In squadra ci sono lui, Fernando Cavenaghi e il giovane D’Alessandro. Ariel, Ariel….l’uomo che non voleva essere se stesso. La continua sfida personale nei confronti di Maradona. Ecco che l’invidia è sinonimo intelligente di stima, a differenza della gelosia. Eppure fu un grande Ortega, con la sua tecnica di palleggio: così padrone della tecnica “futbolistica”, da divenire una carezza all’iride per chi lo guardava. È ora di riaprire gli occhi. Inizia un’altra storia. River Plate-Boca Juniors. Domenica 6 Ottobre, Torneo Inicial.