In Brasile nel nome del Chucho: l’Ecuador non è più una sorpresa

foto EFE
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Quando l’11 ottobre scorso Jefferson Montero ha segnato l’unico gol della partita contro l’Uruguay, vendicandosi così di quel tuffo di Cavani (e del conseguente rigore trasformato da Forlan) di quattro anni prima, l’Ecuador ha potuto festeggiare, per la terza volta in questo ventunesimo secolo, la qualificazione ai mondiali di calcio. Non è poco, se solo si pensa che per più di settant’anni la Tri era rimasta a casa, nel migliore dei casi, a guardare gli altri dal divano.

A volte costa caro rifiutare un invito: nel 1930 la nazionale ecuadoriana declina l’offerta di partecipare ai primi campionati mondiali di calcio. Non è snobismo, ma il Ministero dello Sport decide di non stanziare i fondi necessari alla spedizione in Uruguay. E così vanno in tanti, anche la Bolivia, il Perù, il Paraguay, ma l’Ecuador no: poco male, si potrebbe dire, non c’erano neanche l’Italia, la Germania, la Spagna.

Peccato, però, che non sarebbero più arrivati inviti del genere. Ci sarebbe stato bisogno di passare dalle gare di qualificazione, cui l’Ecuador partecipa per la prima volta nel 1962, venendo brutalmente sconfitto dall’Argentina: due partite, undici gol subiti e tre messi a segno. Va meglio quattro anni dopo, quando la Tri, contando nei suoi ranghi giocatori come Alberto Spencer, tutt’ora il capocannoniere assoluto della Copa Libertadores, ed il Pibe Jorge Bolaños, arriva ad un passo dal mondiale inglese: inserita in un girone a tre con Cile e Colombia, il 15 agosto 1965 potrebbe già festeggiare battendo il Cile. Finisce 2-2 e in uno scontro di gioco con il Tanque Campos (mai soprannome fu più appropriato) il portiere Pablo Ansaldo si frattura tre costole, restando in campo fino all’ultimo e danneggiandosi per sempre un polmone. Al ritorno a Santiago ci si mette anche l’arbitro, che non vede il gol di Tito Larrea: chissà, forse se il giudice di gara uruguayano avesse visto quella palla entrare, la storia sarebbe stata diversa. Lo spareggio in campo neutro a Lima, reso necessario dall’arrivo a pari punti, non parte con i presupposti migliori. L’Ecuador, rimasto senza portieri, deve naturalizzare a tempi record il brasiliano Helinho: i cileni hanno già pronto il reclamo in caso di sconfitta, ma vincono 2-1. Spencer, che due giorni prima dell’incontro decisivo aveva giocato il Clásico di Montevideo dall’altro lato del continente, arriva appena in tempo per la partita e viene pure espulso all’85’: non giocherà mai un mondiale e la sua fama, nonostante i paragoni con Pelé ed Eusebio, resterà confinata a certe latitudini.

Passano i decenni: nel ruolo di commissario tecnico si alternano brasiliani, uruguayani, ecuadoriani, un argentino e persino un montenegrino, Dusan Draskovic, con il quale l’Ecuador raggiunge il quarto posto nella Coppa America del 1993, giocata in casa. Poi la Conmebol, in occasione dei mondiali del ’98, cambia il formato del torneo di qualificazione: basta con quei gironi a tre squadre dove l’Ecuador arriva sempre secondo o terzo, ora tutti dovranno affrontare tutti, tutti dovranno passare dall’Olimpico Atahualpa di Quito. In panchina arriva un colombiano e non è un dato da poco: tre volte l’Ecuador è arrivato alla Coppa del Mondo, tre volte con allenatore colombiano. Francisco Maturana detto Pacho, poi, non è uno qualsiasi: con l’Atlético Nacional ha giocato alla pari con il Milan di Sacchi in quel di Tokyo, con la nazionale colombiana è stato a due mondiali e ha battuto l’Argentina a domicilio 5-0. Chi meglio di lui, quindi, per cominciare a prendersi qualche soddisfazione.

Il 3 giugno 1996 l’Argentina di Batistuta, Ortega e Caniggia arriva a Quito, 2860 metri sul livello del mare: l’altitudine lascia perplesso il tecnico Passarella, che sostiene che a quelle altezze la palla non rimbalzi (“la pelota no dobla”, tutt’ora un tormentone), e la Tri batte per la prima volta in gara ufficiale l’Albiceleste. La qualificazione non ci sarà, ma quel pomeriggio di sole, segnato dalle giocate del Maestro Aguinaga, è un balzo in avanti: quando Eduardo Hurtado detto il Tanque, al minuto 91′, entra in area e trafigge il portiere argentino per il 2-0 finale, forse tutti capiscono che nulla è impossibile. “Jugaste con fuerza testicular commenta a caldo il telecronista Fabian Gallardo, e davvero non c’è bisogno di tradurre.

Kaviedes-Seleccion-Atahualpa-Aguinaga-COMERCIO_ECMIMA20130610_0061_4Per il momento che definisce un prima e un dopo bisogna aspettare soltanto altri quattro anni. Sotto la guida tecnica di Hernán Darío Gómez, l’Ecuador arriva secondo, superato soltanto dall’Argentina, nella corsa al mondiale 2002. Non mancano gli episodi importanti, a partire dalla prima vittoria sul Brasile, firmata dal Tin Delgado, ma la partita per eccellenza è quella con l’Uruguay, 7 novembre 2001. L’Ecuador ha bisogno di un pareggio per avere la certezza matematica di un posto in Corea e Giappone: la Celeste si porta avanti su rigore, al 72′ arriva il pari con il gol più importante della storia dell’Ecuador. Aguinaga, ormai trentatreenne, serve l’assist verso il centro dell’area; Kaviedes sfugge alla marcatura di Pablo Garcia e di testa insacca alle spalle di Carini. Difficile non emozionarsi almeno un po’, riguardando le immagini del gol dell’ex Perugia.

In Giappone, per il debutto contro l’Italia, si presenta una squadra capitanata da Aguinaga e con in porta Francisco Cevallos, detto “las manos del Ecuador”. Chi fa paura a Trapattoni, però, è il terzino destro Ulises de la Cruz, come spiega lo stesso ct nel suo spagnolo improvvisato: “In particular, tengo molto rispetto por De la Cruz, s’entiende”. Finisce 2-0 con doppietta di Bobo Vieri, ma per questa volta ci si può accontentare di aver ascoltato le note di ¡Salve, oh, Patria! all’interno del Sapporo Dome. Contro il Messico arriva il primo gol, un colpo di testa del Tin Delgado; contro la Croazia la prima vittoria, firmata dall’allora ventitreenne Edison Méndez.

Kaviedes SpidermanMéndez e Delgado sono i protagonisti anche della cavalcata verso Germania 2006: in casa l’Ecuador non perde nemmeno una partita, togliendosi lo sfizio di battere Argentina e Brasile. Oltre all’altura, però, c’è di più e lo dimostrano i cinque gol con cui la Tri schianta Polonia e Costa Rica nella fase a gironi, ottenendo una storica qualificazione agli ottavi di finale. Solo una punizione di Beckham a Stoccarda impedisce di proseguire oltre, ma il viaggio in Europa resta memorabile, fosse anche solo per quel momento, al 92′ di Ecuador-Costa Rica, in cui Jaime Iván Kaviedes, avendo realizzato il gol del 3-0, festeggia indossando una maschera da Uomo Ragno. Forse non tutto il pianeta può cogliere a pieno il significato di quel gesto, ma per il Nine si tratta di evocare la memoria di chi avrebbe potuto essere lì e non c’è: l’attaccante Otilino Tenorio, compagno di squadra ai tempi dell’Emelec ed in nazionale, noto come el Spiderman del gol per le sue esultanze, scomparso tragicamente in un incidente automobilistico nel 2005.

Otto anni dopo c’è un altro colombiano in panchina, Reinaldo Rueda, un altro evento tragico con cui fare i conti, la prematura scomparsa di Christian Benítez, e la terza qualificazione ai mondiali nelle ultime quattro edizioni. L’Ecuador, possiamo dirlo, non è più una sorpresa: il punto di forza rimane il fortino dell’Atahualpa, dove a questo giro solo l’Argentina ha evitato la sconfitta, ma quattro mesi al decimo posto del ranking Fifa e una storica vittoria in trasferta sul Portogallo dimostrano qualcosa.

chuchoDei pionieri del 2002 solo Walter Ayovì e, forse, Edison Méndez saranno in Brasile, mentre altri hanno già fatto il salto dallo sport alla politica: José Cevallos è Ministro dello Sport, De la Cruz e Delgado siedono in parlamento tra i banchi della maggioranza. L’attuale generazione è più internazionale di quelle che l’hanno preceduta: se nel 2002 e nel 2006 erano rispettivamente tre e cinque calciatori su ventitré a giocare all’estero, oggi ci sono giocatori ecuadoriani in diciannove paesi esteri (Messico su tutti) e Rueda porterà in Brasile almeno sette-otto ‘stranieri’, sei dei quali quasi certamente titolari. Tra questi l’attaccante della Lokomotiv Mosca Felipe Caicedo, la collaudata coppia di centrocampisti centrali Segundo Castillo-Christian Noboa, l’ala Jefferson Montero, in gran forma negli ultimi mesi. E poi  Antonio Valencia, autentica star, da pochi mesi capitano: sul suo braccio porterà, tatuato, il ricordo dell’amico Chucho Benítez, terzo marcatore di sempre della Tri, fermato sul più bello da un malore fatale in Qatar.

  • Francesco Madeo

    Bellissimo articolo, complimenti! Al Mondiale chi sarà il sostituto del compianto Benitez al centro dell’attacco? Quale giocatore potrebbe sorprendere in Brasile? A me piace molto Fidel Martinez, ma fino ad ora non ha avuto spazio in Nazionale…

  • Marco Maioli

    Grazie per i complimenti. Sul sostituto di Benitez ancora è tutto da decidere: l’attaccante con più presenze nelle qualificazioni è Jaime Ayoví, ma negli ultimi mesi Rueda ha provato spesso ad affiancare a Caicedo (insostituibile) giocatori come Joao Rojas o Enner Valencia, quindi non prime punte.
    Sulla sorpresa direi Jefferson Montero, spesso il migliore in campo in queste ultime partite e destinato, pare, a tornare in Europa.
    Fidel Martinez è stato snobbato a lungo, ma per le ultime due gare di qualificazione è tornato finalmente tra i convocati, quindi non è escluso che possa essere in Brasile.

  • http://futbolistasseleccionperuana.blogspot.com Andrea Ridolfi Testori

    Bravo Marco per l’articolo. Hai fatto un ottimo riepilogo e hai ben centrato tutti i punti.

    La spinta data da Draskovic al calcio ecuadoriano è stata fondamentale. Ha cambiato il modo di pensare, di allenare, di vivere il calcio della Nazionale: non più “abbiamo pochi talenti, rassegnamoci a perdere” ma “i talenti andiamoli a scovare, e prepariamoli per vincere”.

    A.R.T.

  • Andres Burgos

    Caro Marco, ribadisco i complimenti già fatti sul link su facebook per questo articolo che a me ha particolarmente toccato. La ragione è presto detta. Il calcio ecuadoregno ha un prima e un dopo Draskovic. Il prima fino a ieri, erano i racconti di mio padre, ora confermati dalla tua penna autorevole. Il dopo, ho potuto viverlo direttamente da me. Quante volte non ho sentito la storia di Pablo Ansaldo e delle tre costole rotte in quel dentro o fuori nel Estadio Modelo di Guayaquil, rimasto come un macigno nella memoria di un bambino di 9 anni sugli spalti, che ne dovette aspettare solo altri 37 per poter finalmente vedere il proprio paese nella rassegna mondiale. Un “prima” fatto di occasioni perse, di torti e furti arbitrali a favore delle più note realtà calcistiche sudamericane ( finale Coppa Libertadores 90 tra Barcelona Sc e Olimpia de Asunciòn, con Ever Hugo Almeyda che toglie un pallone dentro di un metro), di giocatori leggendari rimasti, come hai ben detto, noti solo a determinate latitudini. L’esempio più eclatante è appunto Alberto “Cabeza Magica” Spencer (che con il suo Peñarol batteva il Santos, Il Benfica e il Real Madrid di Dei del calcio quali Pelè, Eusebio, Di Stefano), ma anche altri. Dai vari Bolaños, Lecaro, Klinger, Mario Tenorio fino ai più recenti Carlos Luis Morales e Carlos Muñoz. Quest’ultimo riporta poi quanto il calcio ecuadoregno sia stato colpito da tragedie come quelle già citate nell’articolo di Otilino Tenorio e del compianto Chucho. Muñoz nel 93 era forse il miglior esterno destro del Sudamerica. Nel Barcelona giocava attaccante, in Nazionale Draskovic lo usava terzino, dicevano avesse già firmato per il “Rojo” dell’Independiente, tripletta nell’ultima giornata per mandarci in Libertadores, poi lo schianto appena fuori Guayaquil che pone fine alla favola. Un “prima” dove non c’era Internet, i social, gli sponsor, dove un ragazzo pronto per il debutto in Primera con El Nacional, si accorge che guadagna di più da commesso in un negozio di elettrodomestici. Dove i calciatori di Serie A facevano i ritiri pre-gara negli spogliatoi del Capwell o del Modelo, coi materassini a terra, in un trionfo di zanzare e la loro maggiore fonte di guadagno erano le scommesse nelle partitelle 5 contro 5 a ‘indor’ nelle strade dei vari barrios, tra fiumi di Pilsener. In poche parole, un prima dove non c’era il professionismo. Poi Drascovic. In quegli anni La costruzione del Monumental, il Barcelona che arriva due volte in finale di Libertadores, la Coppa America in casa, l’era dei DT colombiani, Pacho Maturana, El ‘bolillo’ Gomez. I calciatori che iniziano ad essere sportivi a 360 gradi. Ad aver cura del loro corpo ma soprattutto della loro mente. Iniziano ad emigrare e ad apportare esperienza al calcio nostrano. Il resto è Storia. La cavalcata del 2002, el ‘Si se puede’. La svolta però, oltre alla vittoria sul Brasile (piccolo appunto: segnò Tin Delgado e non Mendez), fu la trasferta a Lima. Il 2-1 in rimonta al 47° della ripresa, col Tin Delgado che s’invola da centrocampo e il cronista che urla “Nos vamos al Mundial” cuando è ancora sulla trequarti. 50 anni di conflitto e di crisi diplomatiche cancellate con un dribbling sul portiere ed un piattone sinistro. Poi il colpo di testa del flaco Kaviedes.
    Per alcuni storici locali, quello fu il momento di svolta del nostro paese. Non solo sportiva, ma anche sociale, politica ed economica. Io so solo che cantare il ‘Salve Oh Patria’ abbracciato con mio padre, a Roma, 2 maglie gialle in mezzo a decine azzurre, in quel giugno 2002, è stato uno dei momenti più belli della mia vita.
    Grazie ancora Marco per lo splendido articolo. Ci vediamo in Brasile.
    Andres Burgos

  • Marco Maioli

    Grazie a te per il tuo intervento, davvero molto interessante! E su alcune di queste storie torneremo a scrivere, prima o poi.
    (Hai ragione sul gol al Brasile, ho corretto)