Alcides Edgardo Ghiggia ( eroe silenzioso )

Ghiggia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro Cabras in un articolo meraviglioso di qualche anno fa, ha scritto che Moacyr Barbosa se n’è andato due volte. Il primo portiere brasiliano di pelle nera a non usare i guanti con la motivazione di una migliore sensibilità del pallone. Sensibilità che fu impossibile quando il 16 Luglio 1950 Alcides Edgardo Ghiggia, l’ala destra più veloce della storia del calcio dell’Uruguay, lo batte con uno di quei gol che segnano il gioco. Il Maracanazo è stato un dramma più “largo” di quello sportivo. Non è la sconfitta del Brasile ( in Brasile ) nel Mondiale che LORO dovevano vincere: è la storia di una politica e un popolo che si sente morire e farà morire; di una classe dirigente che non considererà più dal lato umano quella nazionale, tanto da non presentarsi ai loro funerali, perché considerati nefasti per il proprio personale proseguito. Siamo veramente distanti da quella sconfitta ( e vittoria ) sportiva che ci dipingiamo nella mente. E io non sono nessuno per poterlo dire, dato che non ho vissuto storicamente l’evento. Ma tutto quello che si legge e si scrive su quel Mondiale si traduce in parole che derivano dal fango; perché la situazione mai è stata equilibrata nella sua reazione. Insieme a quel portiere brasiliano, in cielo è volato anche colui che sul campo da gioco l’aveva giustiziato, Ghiggia- l’altra faccia della medaglia di quel giorno. Lui che ha trascinato una nazionale grande più o meno come la Toscana a regnare nella Terra del dribbling e del calcio bello. Qualche anno fa allo stadio di Montevideo hanno trasmesso quelle immagini insieme a Ghiggia presente, nel giorno della ricorrenza. Non ha voluto pronunciare chissà che cosa per “omaggiarsi”. Ha detto solamente grazie a chi ha collaborato con lui in quella partita. Perché l’uruguayo si esprime col silenzio, come quel gol che ha distrutto il Brasile. Un calciatore, non da solo, ma insieme ad altri dieci sognatori, ha ammutolito il Maracanã. E non poteva che provenire dalla patria di Galeano.
Due pagine di carta vera escono da questo libro: la prima, che l’Uruguay è il miracolo sportivo per eccellenza. Un Paese di tre milioni di abitanti che sconfigge il Brasile viaggia parallelo alla vittoria di Davide contro Golia. Se si leggono le interviste dei giocatori, anche contemporanei, di quel piccolo Stato dell’America del Sud, se ne trae sempre l’esperienza di una domenica come del ritrovo collettivo: finita la partita non sei libero di rientrare in hotel. Prima devi spiegare al portinaio perché hai perso o il motivo di non aver calciato quella palla sul secondo palo quando era l’unica cosa da fare.
La seconda, è che quel gol di Ghiggia rappresenta la miglior definizione enciclopedica mai pensata, scritta o promossa dell’essenza celeste. “Libertà o Muerte”, recita l’inno, ma sempre nei fatti , e con una certo atteggiamento d’eleganza: chiamamola aristocrazia riflessiva. “Siamo quello che facciamo, e non quello che diciamo” direbbe un uruguayo. Ghiggia è esattamente questo. Mai celebrato con i poster o una biografia pubblicata in tutto il mondo. Il 16 Luglio 2015 si spegne. Esattamente la data decisiva del Maracanã. Nietzsche ci aveva visto troppo lungo con l’eterno ritorno. Lo vogliamo ricordare così. Nel silenzio, come piace a lui. Come preferisce l’Uruguay. Insieme a Barbosa.