1964-2014. A 50 anni dalla Tragedia di Lima

Tragedia Lima gas
I fumogeni sono lanciati sulle tribune. Inizia il disastro

Quanto sono lunghi 50 anni in tempo umano? Non poco. E in tempo calcistico? Tantissimo. Nel 1964 il calcio era profondamente diverso da com’è oggi. I palloni erano duri come sassi, e a colpirli di testa ci si rimediava sempre qualche livido. Gli scarpini erano spesso consunti e sgangherati, anche ad alti livelli, e in special modo nel calcio sudamericano, in cui i soldi non erano certo la ragione principale per cominciare a giocare a calcio. Il 24 maggio 1964 a Lima l’atmosfera è elettrica. Si gioca la 16ª partita del Torneo Preolimpico 1964, una competizione che la CONMEBOL aveva istituito per la qualificazione ai Giochi Olimpici estivi, e che proseguì fino al 2004. L’Argentina è al primo posto (8 punti), mentre il Perú è secondo con 5 lunghezze, a pari merito con il Brasile. I peruviani, forti del sostegno del pubblico di casa che riempie l’Estadio Nacional (47.197 spettatori), mirano ad avvicinarsi agli argentini. La sensazione è che quella squadra, ricca di giocatori che poi vestiranno la maglia della Nazionale maggiore, possa riuscire a raggiungere i Giochi di Tokyo. Tra gli elementi spicca il giovanissimo Héctor Chumpitaz, destinato a diventare il “Capitán de América” simbolo del Perú per moltissimi anni a seguire; altri nomi di peso sono quelli di Enrique Casaretto, prolifico attaccante; Víctor “Kilo” Lobatón, ala veloce e tecnica; Javier Castillo, abile terzino; Luis Zavala, capace interno in grado di fornire assist e gol. La partita è vivace e combattuta fin dal calcio d’inizio. Il primo tempo scorre tra azioni pericolose da entrambe le parti, ma senza nervosismo in campo. Il Perù gioca bene, ma gli argentini non mollano e ci mettono tutta l’intensità di cui sono capaci. A guidarli, Roberto Perfumo, uno dei giocatori più agguerriti (spesso fino all’eccesso) della storia del calcio argentino e uomo simbolo del Racing di Avellaneda. Al 15′ della ripresa, Manfredi segna il gol dell’1-0 argentino, mettendo ancora più pressione sui peruviani, che si riversano in attacco.

Il gol di Lobatón che originò le proteste e i successivi tumulti
Il gol di Lobatón che originò le proteste e i successivi tumulti

Al 38′ della ripresa accade il fatto che spezza in due il giorno 24 maggio 1964. La palla arriva in area argentina. Andrés Arturo Bertolotti, 20enne difensore del Chacarita Juniors, vuole allontanare il pericolo e si prepara a effettuare un rinvio: di fronte a lui c’è Víctor Lobatón. Bertolotti calcia la palla, Lobatón alza la gamba e il pallone gli rimbalza addosso, finendo nella rete di Cejas. 1-1 Perù, Lobatón esulta, il pubblico esulta. Lo stadio trema; gli argentini, pensando di aver subito il gol del pareggio, abbassano quasi tutti la testa. Quasi tutti, perché Perfumo non ci sta. L’arbitro Ángel Eduardo Pazos, che si stava dirigendo verso il centro del campo dopo aver convalidato il gol, viene duramente ripreso da Perfumo che protesta: l’argentino sostiene che Lobatón abbia commesso fallo, alzando troppo la gamba. Gioco pericoloso? Fallo volontario? Non lo si capisce quel giorno, e non lo sappiamo ancora adesso. Quel che è certo è che Pazos, forse intimorito dal deciso reclamo di Perfumo, annulla il gol. Da lì in avanti, la cronaca calcistica si interrompe: sparisce il fútbol, e inizia la tragedia. Il pubblico s’infuria, convinto d’aver assistito a un’ingiustizia. Soprattutto nella tribuna Popular Sur serpeggia un malcontento che si prepara a diventare caos incontrollabile. L’arbitro, vedendo che i fatti stavano precipitando, fischia la fine dell’incontro. Il giorno dopo dichiara alla stampa peruviana: «Ordinai che si chiudesse l’incontro perché continuare a giocare poteva essere pericoloso». Se continuare a giocare poteva essere pericoloso, non giocare si rivelò disastroso. Dal pubblico esce un uomo, che si mette a correre verso l’arbitro. Víctor Melasio Campos (citato anche come “Víctor Vásquez” o anche “Matías Rojas” nei giorni immediatamente successivi al disastro), detto “El Negro Bomba”, 95 chili e un passato burrascoso, è noto come rissoso delinquente. La polizia lo conosce, e per fermarlo deve usare la forza. Molta forza. Campos è reso inoffensivo. Ma un secondo tifoso entra in campo: è Edilberto Cuenca. Viene aggredito dalla polizia, viene circondato. Secondo Pazos, Cuenca svenne quando si vide accerchiato dagli agenti. Secondo altri, furono gli agenti a picchiarlo e a farlo svenire: questa è la sensazione che hanno i tifosi sulle tribune. Sta di fatto che da lì in avanti la situazione sfugge di mano. Il comandante della polizia presente allo stadio, Jorge de Azambuja, prende una decisione scellerata: disperdere la folla inferocita usando i gas lacrimogeni. Intervistato pochi giorni dopo, dichiara di aver ordinato di gettarli sul campo e non sulle tribune, ma ovviamente Mentre arbitro e giocatori sono scortati fuori dal campo, verso gli spogliatoi, gli agenti iniziano a lanciare le bombe lacrimogene sugli spalti, causando il panico generale. I tifosi fuggono precipitosamente dal fumo dei gas, e corrono verso le uscite. I cancelli di ferro, però, erano stati chiusi a chiave per impedire l’ingresso dei tifosi rimasti fuori dallo stadio, che era già pieno fino al tutto esaurito. I primi arrivati ai cancelli vengono preso raggiunti da una massa incredibile di persone che si accalcano sempre di più, premendo follemente contro le uscite, dimentichi di tutto, dominati dal panico e dal cieco istinto di sopravvivenza che ordina loro di scappare. Moltissimi rimangono soffocati dall’enorme folla di persone. I padri pèrdono i figli, i figli pèrdono i padri, i ragazzi pèrdono gli amici, i fratelli, i cugini. Chi cade viene calpestato, altri soffocano per la pressione degli altri, e i lacrimogeni peggiorano ulteriormente la situazione. Fumo, lacrime, urla, dolore, è il caos totale. I calciatori, chiusi negli spogliatoi, non possono far altro che ascoltare i terribili rumori del disastro. C’è chi prega, chi cerca di vedere qualcosa dalle finestrelle dei bagni, chi non capisce cosa stia succedendo. Ma la tragedia continua anche fuori dallo stadio: chi riesce a uscire aggredisce i poliziotti, per vendetta. 4 agenti muoiono, altri 15 sono feriti. Ci sono saccheggi, risse, furti, viene incendiata la fabbrica Goodyear e anche altri edifici sono dati alle fiamme. Solo nella notte la polizia riesce a ristabilire una parvenza d’ordine a Lima. I calciatori lasciarono lo stadio solo alle 20:30, ora in cui la folla era passata a rivolgere la sua furia distruttrice fuori dallo stadio verso auto, negozi e case.

Il dolore. Un padre piange il proprio figlio
Il dolore. Un padre piange il proprio figlio

Il giorno seguente, durante le ricerche si continuano a trovare cadaveri su cadaveri. Si raggiunge e si supera quota 100, 200, poi 300. Si arriva ufficialmente a 312 morti, ma il conteggio generalmente sale fino a 328, più 4.000 feriti. Il 25 maggio i rappresentanti delle federazioni nazionali si riuniscono e decidono di interrompere il torneo con 5 gare ancora da disputare. L’Argentina viene dichiarata campione e si qualifica alle Olimpiadi di Tokyo (anche se la AFA aveva dato la disponibilità a proseguire il torneo), mentre Perù e Brasile, a pari punti, devono effettuare uno spareggio. La partita si tiene il 7 giugno 1964 a Rio de Janeiro, il Brasile vince 4-0 contro un Perù che non può concentrarsi sulla partita, ma solo su quegli attimi terribili di quel 24 maggio a Lima. Con quale animo i calciatori peruviani potevano affrontare un’altra partita? A che scopo qualificarsi per le Olimpiadi dopo una tragedia così terribile? La sconfitta è inevitabile e quasi indolore. Ci sono cose più importanti di una qualificazione olimpica.

Lo sconcerto. I corpi di alcune vittime
Lo sconcerto. I corpi di alcune vittime

L’Estadio Nacional viene chiuso per effettuare le riparazioni, ma anche per cercare di ritrovare un senso in quelle ore di follia. Impresa vana. Il dolore e la rabbia riempiono l’animo di chi ha assistito al disastro, e chi ha perso i propri amici e familiari è inconsolabile. Vengono puniti “El Negro Bomba” e il comandante Azambuja, ma quasi per forza d’inerzia, i responsabili sono più di due. L’arbitro Pazos è poi tornato sulle sue parole dell’epoca, e ha ammesso che annullare quel gol fu un errore. Un’ammissione tardiva e comunque di secondaria importanza rispetto ai fatti extracalcistici di quel giorno. Le oltre 300 vittime rappresentano il maggior numero di morti durante un evento calcistico. Dimenticare è impossibile, ricordare è un dovere.

IL TABELLINO

24/05/1964
Lima, Estadio Nacional

h. 15:30
Perú 0
Argentina 1

Perú: Juan Barrantes; Javier Castillo, Armando Lara, Ángel Guerrero; Héctor Chumpitaz, Manuel Sánchez; Enrique Rodríguez, Luis Zavala, Enrique Casaretto, Inocencio La Rosa, Víctor Lobatón. CT: Marinho Rodrigues.
Argentina: Agustín Cejas; Andrés Bertolotti, Raúl Pazos; Horacio Morales, Miguel Ángel Mori, Roberto Perfumo; Antonio Cabrera, José Malleo, Juan Carlos Domínguez, Néstor Manfredi, Héctor Ochoa. CT: Ernesto Duchini.
Gol: 60’ Manfredi.
Arbitro: Ángel Pazos (URU).
Spettatori: 47.197.

I dati sono tratti dal fascicolo “El Preolímpico de 1964” da me scritto, consultabile e scaricabile all’indirizzo:

Le foto sono tratte da “El Tiempo” del 26 maggio 1964.

  • giovanni

    Complimenti per l’articolo storico,
    tempo fa vidi anche il documentario e più o meno diceva come in questo pezzo a conclusione
    “Dimenticare è impossibile, ricordare è un dovere.”
    Condivido in pieno.