Seconda puntata della rubrica sulla storia della massima competizione sudamericana per nazionali: oggi racconteremo la seconda edizione, tenutasi ad un solo anno di distanza dalla prima in Uruguay e vinta dai padroni di casa campioni uscenti grazie alle reti di Ángel Romano, uno dei giocatori più titolati di tutti i tempi.

La formazione campione
Correva l’anno – Il 1917 fu un anno decisivo per le sorti della prima guerra mondiale: la Russia uscì dal conflitto, gli Stati Uniti vi entrarono, l’Italia iniziò la sua riscossa dopo la disfatta di Caporetto. Nel continente sudamericano non accadde nulla di rilevante, salvo la fondazione dell’Università del Perù e una serie di forti terremoti in Bolivia. Tra gli sportivi nati in quest’anno ricordiamo El Flaco Flamini, oriundo che giocò per Racing e Lazio, squadra di cui fu allenatore nel 60-61; Cecilio Pisano, uruguayano passato alla storia come il “giocatore-console”; Luis Carniglia, che allenò Fiorentina, Milan, Bologna e Roma vincendo due Coppe dei Campioni (col Real Madrid) e una Coppa delle Fiere ed infine João Saldanha, CT del Brasile fino al 1970, quando venne esonerato a due mesi dall’inizio dei Mondiali. Negli altri mondi vanno ricordati il celebre poeta cileno Gonzalo Rojas Pizarro e l’architetto uruguayo Eladio Dieste.
Il torneo - Organizzato dalla federazione uruguayana nella primavera (australe) del 1917, ebbe un formato simile al torneo dell’anno precedente, con quattro formazioni (Uruguay, Cile, Argentina, Brasile) impegnate in gare a girone unico. A differenza dell’anno precedente, non ci furono pareggi: nella prima gara i padroni di casa strapazzarono il Cile per 4-0 (doppiette di Scarone e Romano), mentre tre giorni dopo fu l’Argentina a vincere contro il Brasile, 4-2 in una gara segnata da ben tre calci di rigore. Il 6 ottobre Argentina e Cile disputarono una partita piuttosto tesa, risolta ad un quarto d’ora dalla fine dall’autorete di Luis Garcia. Il giorno successivo l’Uruguay ripeté il 4-0 dell’esordio, questa volta ai danni del Brasile, il quale si vendicò con un perentorio 5-0 ai danni del malcapitato Cile il 12 ottobre.
La finale – L’ultima partita si disputò il 14 ottobre, e come l’anno precedente fu quella decisiva solo per uno scherzo del calendario: ad affrontarsi ancora una volta Argentina ed Uruguay, con gli spettatori che riuscirono ad essere tutti contenuti sugli spalti del Parque Pereira. La sfida fu molto più piacevole di quella dell’anno precedente, con le squadre libere dalla paura di 15 mesi prima; i gol però continuavano a latitare, sino al minuto 62′: fu quello il minuto in cui Héctor Scarone, diventato poi famoso per essere stato uno dei pochi a non diventare oriundo pur giocando in Italia (Inter e Palermo, tra il 1931 ed il 1935) riuscì a battere il portiere argentino mettendo il sigillo al secondo successo continentale della nazionale uruguayana.

Ángel Romano
Il personaggio – Anche nella seconda edizione fu il capocannoniere il personaggio più significativo: al poliedrico Isabelino Gradín succedette un altro personaggio leggendario, Ángel el Loco (il primo di una lunga e spesso fortunata stirpe di “pazzi”) Romano, simbolo del Nacional Montevideo con cui vinse 21 titoli in carriera, ma soprattutto della sua nazionale con cui collezionò sei Coppe América ed un oro Olimpico, diventando uno dei calciatori più titolati di tutti i tempi. Nato nel quartiere Gran Parque Central (proprio quello del Nacional) nel 1893, iniziò a giocare nel 1910, debuttando in nazionale l’anno successivo totalizzando con la Celeste 69 presenze e 28 reti tra il 1911 ed il 1927. Giocatore estremamente poliedrico, è considerato uno degli antenati del moderno fantasista; il suo passaggio al Boca Juniors, nel 1913, fu il primo grande trasferimento internazionale del continente. Morì nella sua Montevideo nel 1972.
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